3 anni ad Haiti

In questo giorni, Francisco ha raggiunto il ragguardevole traguardo di 3 anni ad Haiti! È arrivato perciò il momento di fare un bilancio della sua esperienza …

Questo traguardo è in realtà solo una piccola tappa nella tua lunga esperienza di missionario, che dura da una vita. Come è nata questa «vocazione» e quali sono state le principali tappe?

Sono nato a Santiago del Cile. Ho studiato filosofia. Il contesto nazionale era molto duro per la dittatura di Pinocet. Ho visto diverse situazioni di violazione dei diritti umani e per questo sono diventato membro attivo di un movimento contro la tortura. A causa di ciò sono stato imprigionato ben 3 volte dal regime. Per me divenne quindi chiaro che avrei dedicato la mia vita alla lotta per la giustizia e agli oppressi. A quei tempi, ho trovato nella Chiesa cattolica cilena un esempio positivo vedendola impegnata a contrastare il sistema. Per rispondere alle grandi domande che avevo ho così iniziato gli studi di teologia. Terminati gli studi ho poi iniziato la mia vita missionaria: prima tappa di 3 anni su un isola in Equador con persone afrodiscendenti. Lavoravo assieme ad un prete italiano e insegnavo nelle scuole del villaggio. In seguito 6 anni in Bolivia in un centro per giovani disabili, dove ero responsabile della casa. Dopo sono stato invitato per lavorare in Colombia nel dipartimento del Chocó con la missione Betlemme per aiutare i desplazados. Altri 3 anni in Colombia li ho trascorsi nella zona centrale del paese in una fattoria assieme ad ex guerriglieri e paramilitari con l’obiettivo di insegnargli a convivere lavorando la terra e costruendo il villaggio. Terminata questa esperienza sono stato 4 anni a Bogotá, dove ho lavorato per la commissione di giustizia e pace, per proteggere le persone minacciate. Infine da 3 anni mi trovo ad Haiti dove lavoro per migliorare la collaborazione tra le comunità e le scuole parrocchiali.

Rispetto alle tue precedenti esperienze in che modo Haiti è diversa?

In tutti i paesi che ha lavorato c’erano difficoltà economiche, ma la sensazione era di grande fermento e voglia di cambiare, tutto era molto dinamico. Ad Haiti la sensazione è di un panorama senza cambiamenti, qui sembra tutto statico. Il governo non esiste, il sistema sanitario non esiste, la scuola è disastrata, lo stato è immobilizzato, così come i politici che sono completamente staccati dalla realtà. Gli haitiani non lottano veramente perché non conoscono neanche i loro diritti (al contrario degli altri paesi dove ho lavorato). Mi sembra di vivere una situazione di stallo. Lavorare ad Haiti necessita di una maggiore resistenza a sopportare una situazione senza una chiara via d’uscita. L’aspettativa di cambiare è troppo ambiziosa, qui stiamo preparando la strada, ma bisogna dimenticare un risultato concreto altrimenti si è scoraggiati.

Dopo tre anni dal tuo arrivo quali cambiamenti hai notato nel paese e nelle comunità con le quali lavori? 

Grandi miglioramenti nel paese sono difficili da vedere, anzi purtroppo si notano cambiamenti in peggio, per esempio la povertà estrema sembra aumentare. In queste settimane arrivano sempre più persone a bussare alla mia porta per chiedere un aiuto e a quasi tutte serve veramente. Nella comunità in cui lavoro ora mi conoscono tutti, mi salutano per nome anche persone che non conosco e se per esempio ho dei problemi in strada, c’è sempre qualcuno che si offre di aiutarmi. Tante persone vengono a trovarmi anche solo per ricevere un consiglio e mi confidano le loro vite.

Quali sono le tue più grandi delusioni e le principali soddisfazioni di questi 3 anni?

La mia principale soddisfazione è quella di vedere che lavorando con le  persone, a poco a poco cominciano a credere in loro stesse, comprendere e riflettere sulla realtà che le circonda. È il primo, ma fondamentale passo per iniziare ad agire, nonostante tutte le difficoltà. La musica haitiana ha una grande energia e forza positiva che spero di vedere anche nell’atteggiamento concreto delle persone. La maggiore delusione è legata invece alla difficoltà di vedere miglioramenti concreti ad un livello più alto.

Qual è il tuo sogno per Haiti?

Che le persone non vivano con il desiderio di riuscire un giorno a lasciare Haiti, come purtroppo molto spesso sento dire. Sogno che un giorno per gli haitiani diventi piacevole restare e ritornare nel loro paese. Oggi sono infatti moltissimi gli haitiani della diaspora che una volta lasciato il paese non tornano più e l’unica relazione restante è quella di inviare soldi per aiutare chi non ha la possibilità di andarsene.

Raccontaci un aneddoto che ti è rimasto nel cuore

Una volta ho camminato più di 8 ore per raggiungere un villaggio rurale estremamente isolato e povero. Lungo il sentiero ero stanchissimo e ho pensato di non farcela, di dover ritornare e lasciar perdere. Poi ho incontrato una coppia di anziani che vedendomi mi hanno ringraziato moltissimo per andare a trovarli al loro villaggio. Mi hanno versato addosso una bottiglia d’acqua per rinfrescarmi: è stato un momento bellissimo. La tenerezza, la prossimità, l’aiuto reciproco sono delle perle che specialmente i poveri ti donano con grande generosità.

Perché fare un’esperienza missionaria? A chi la consiglieresti?

Viviamo in un unico mondo e la maggioranza sono persone vulnerabili e ferite, con la sola ricchezza della loro vita. Per me “missione” significa “condividere la vita”. È qualcosa che arricchisce ambo i lati e permette di conoscere una realtà che ci trasforma! Consiglierei a tutti di vivere un’esperienza di missione, ma specialmente ai giovani che terminati gli studi non hanno ancora obiettivi specifici e desiderano aprire i propri orizzonti.

Ringraziamo Francisco per tutti gli anni di vita che ha messo a disposizione degli ultimi condividendo la vita con semplicità e gli auguriamo tanta forza e coraggio per proseguire la sua missione!

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